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25 November 2009 @ 01:03 am
BBI: [Fanfiction]Lucifer Rising -Capitolo quarto  
Titolo: Lucifer Rising
Fandom: Supernatural
Rating: NC17
Pairing(s): Wincest; CastielxDean
Warning(s): slash; incesto e rapporti omosessuali completi -chiunque crede di non poterlo sopportare è pregato di non leggere-; inizialmente one-shot (e così rimane per me) ma divisa in più capitoli per non farvi crollare sulla tastiera.
Conteggio parole: 41. 998 *scappa per evitare il linciaggio*
Sommario: Lucifero è risorto, l'Apocalisse è ormai iniziata. Tra viaggi a bordo della fedele Impala, Angeli, demoni, fantasmi del passato, forti crisi e tanti problemi i Winchester dovranno cercare di rimettere le cose a posto, con qualche piccolo aiuto. Riusciranno Sam e Dean a risolvere i propri problemi? E, soprattutto, riusciranno ad averla vinta nello scontro finale?

Fanart: Qui e qui, di vahly .

Note: scritta prima ancora di vedere o anche solo immaginare la quinta stagione, le eventuali somiglianze non sono assolutamente volute e se doveste trovarle sappiate che, vedendo le puntate settimanali, sono rimasta un tantino sconvolta anche io. Sarà che sto finendo per pensare come Kripke, ogni tanto.
Il titolo è preso dall’ultima puntata della quarta serie, indi per cui non è mio.
Ringraziamenti: le mie meravigliose beta, faithina e p_will , per l'immenso lavoro che hanno fatto e per il supporto -e per non avermi ucciso a badilate, certo. Siete le migliori <33
Un grazie anche a vahly per le bellissime fanart, e per aver apprezzato la storia <3
Enjoy!

Capitolo 4

L’odore di pioggia nell’aria gli invade le narici, gli riempie i polmoni mentre inspira forte; il grigio del cielo si riflette nei suoi occhi spenti sfumando ancora di più quel verde opaco, il sole sembra voler nascondersi e non farsi più trovare.
Dean resta immobile sul portico del motel a fissare quel cielo che sembra capirlo, quel cielo che sembra essere triste per lui, e non ha voglia di smetterla.
Non ha voglia di muoversi, di muovere un singolo muscolo, né di parlare. Ha solo voglia di tornare indietro, tornare ai giorni in cui lui e Sam erano davvero uniti, tornare ai tempi della normale caccia.
Avrebbe anche voglia di riavere Sam con sé, ma quello è un desiderio che cerca di nascondere persino a sé stesso.
Non vorrebbe pensarci, non vorrebbe pensare a suo fratello o al suo essersene andato senza dirgli niente come un codardo, non vorrebbe pensare a quel vuoto che si porta dentro da quel giorno e che sembra divorarlo lentamente.
Non vorrebbe ma lo fa e si maledice per questo; si maledice perché pensarci non risolverà niente, non porterà Sam da lui, non farà sparire quel dolore sordo al centro del petto, mai.
Vorrebbe solo dimenticare. Vorrebbe prendere tutto quel dolore del cazzo, metterlo in una scatola e rinchiuderlo da qualche parte.
Una scatola piena di tristezza, delle speranze che ogni giorno vengono infrante; una scatola piena delle sue stupide illusioni di rivedere Sam, una scatola che possa rinchiudere i ricordi, belli e brutti.
Che racchiuda tutte le immagini di lui e Sam al momento intrappolate nella sua mente, che conservi tutto l’amore, e la devozione, e il sentimento, e le paure, e ogni singola, piccola cosa che hanno passato insieme e che ha contribuito a renderli ciò che sono oggi.
Una scatola grande, enorme, che possa conservare tutto il passato insieme alle emozioni che lo stanno devastando, che possa raccogliere e tenergli lontano Sam.
-Non potrai mai metterlo via, Dean-
Si volta, piano. Conosce quella voce, la conosce così bene che fa fatica a credere di poterla riascoltare.
-Grande, adesso pure le visioni da sbronza- commenta, sarcastico, attaccandosi al collo della bottiglia di whiskey e mandando giù una lunga sorsata.
-Non è per la sbronza, Dean-
Un altro sorso non può far male. Sbronza per sbronza, è meglio prenderla bene. E bella pesante, anche.
-Devi credermi-
Dean, a questo punto, non capisce più niente. Getta con uno scatto la bottiglia che va a frantumarsi contro il suolo e i suoi occhi si riducono a fessure furenti.
-Chiunque tu sia, o voglia, vedi di andartene affanculo prima che ti rispedisca all’Inferno!-
L’altro ride, divertito.
-Ah, no. Mi hanno tirato via da quel posto, non ho intenzione di tornarci- dice alzando un angolo della bocca in un sorriso metà amaro e metà sollevato.
-Senti, testa di cazzo, te l’ho detto-
-Non parlarmi così, ragazzino- la sua voce diventa seria e tonante. –Non osare mancarmi di rispetto. Ricorda che è a tuo padre che stai parlando-
Dean, dopo un momento di attonito silenzio, sembra riprendersi e scoppia in una fragorosa risata.
-Lucifero? Sei tu, non è vero, brutto figlio di puttana?- dice, ridendo ancora. –I tuoi giochetti non funzionano con me, non mi lascerò fregare-
Quando lo schiaffo lo colpisce in pieno viso Dean si sente come stordito. Si porta una mano alla guancia e tocca la pelle rossa e formicolante, incredulo. Uno di quegli schiaffi che era solito beccarsi anni prima, sembra proprio lo stesso. La mano sembra la stessa, ogni callo, ogni ruga, ogni più piccola piega. Ma non può essere vero, andiamo, è seriamente impossibile.
-Hanno tirato fuori te, lo hanno fatto anche con me-
Dean lo guarda. Quegli occhi, quel viso così familiare, quei capelli, persino i vestiti, ogni segno sul volto sembra essere lo stesso, la stessa è la sua voce. Un’imitazione davvero perfetta, non c’è che dire.
-Dean, sono io- dice John, piano, guardandolo dritto negli occhi. –Sono davvero io, devi credermi-
Quando Dean gli versa addosso la boccetta di acqua santa che porta sempre dietro non accade nulla. Niente dolore, niente urla, niente.
Argento, gli serve dell’argento.
-Puoi accoltellarmi, se vuoi, ma non servirà a niente- dice John avvicinandosi a lui.
-Tu non sei mio padre, mio padre è morto, mio padre marcisce in quello schifo di Inferno e non-
-Sono tornato, Dean- la voce di John è dolce e triste al tempo stesso. –Sono lo stesso padre che ti ha messo in mano una pistola quando avevi solo otto anni. Sono lo stesso padre che ti ha lasciato in quei motel a prenderti cura di tuo fratello, per giorni e giorni. Sono lo stesso padre che ti ha insegnato a cacciare, che ti ha curato le ferite, che ti ha fatto diventare quello che sei solo per essere sicuro che sapessi difenderti. Sono io-
-Allora provalo- dice Dean con voce dura, facendo un passo indietro.
John sospira, piano. –Dopo essere entrato in quella camera, quella notte, ti ho picchiato fino a farti svenire e sono rimasto lontano per giorni. Quando sono tornato abbiamo litigato, siamo arrivati alle mani. Ti ho lasciato io quella cicatrice sul fianco. È stata colpa mia se Sam è andato via, colpa mia e del mio rifiuto, del mio non volervi accettare nonostante tutto-
Una piccola lacrima scende veloce sul volto di John mentre lui non fa niente per cacciarla via. Non fa niente per cacciare via i rimorsi, i rimpianti, il dolore. Sa di meritarli, sa di meritare anche di peggio per aver voltato le spalle ai suoi figli.
-Papà…?- la voce di Dean trema mentre le immagini di quella notte gli tornano alla mente, nitide. Lui e Sam su quello squallido letto di motel, i loro gemiti, i corpi nudi e sudati e ansimanti. La porta che si apriva, la luce che entrava, lo shock sul volto del padre.
Le urla, le tentate spiegazioni, le scuse, le mani addosso, le botte, i lividi. La porta che sbatteva, l’Impala messa in moto, le ruote che graffiavano l’asfalto. Il buio che avanzava, inesorabilmente, fino a inghiottirlo completamente.
Il risveglio, il dolore in ogni angolo del corpo, Sam.
La paura, trovarsi tra le braccia di Sam, pelle contro pelle. Occhi negli occhi, le parole sussurrate, il conforto che non riuscivano a portare. Il tremore, il freddo, freddo nell’anima, la sensazione di essere completamente sbagliati, la voglia di non sentire più niente.
Il dolore.
John annuisce, piano, e finalmente fa la cosa giusta, apre le braccia a quel figlio che non è sbagliato, a quel figlio che è semplicemente figlio, che va amato sempre, che va protetto anche con la vita.
Dean lascia che le braccia di suo padre lo avvolgano insieme a quell’odore così familiare e mai scomparso. Lascia che le lacrime scorrano, lascia che il dolore prenda forma ed esca finalmente fuori, lascia che la paura fluisca libera e non trattenuta. Lascia che il peso che porta sulle spalle si sposti anche un po’ su quelle di John così da alleviarlo per poco.
John lo abbraccia e non dice niente, lo abbraccia e piange, lo abbraccia e lentamente ricomincia a vivere davvero.
-Sono qui, Dean, sono qui- mormora poi, baciandogli la testa come faceva quando era solo un bambino. Come ha smesso di fare troppo presto senza rendersi conto di ciò che potesse significare.
-È colpa mia, è solo colpa mia se lui è andato…- biascica Dean contro la sua spalla.
-Shush… non è colpa tua, figliolo, tu non c’entri-
-Io mi sento morire senza di lui- la voce di Dean si abbassa fino a diventare un sussurro inudibile. –Io non sono niente senza di lui-
John stringe le labbra e non dice niente. Cerca di tenere a freno le lacrime, di tenerle nascoste dietro ai suoi occhi anche se è difficile, cerca di far smettere il suo cuore di sanguinare anche se sa che non potrà farcela. Il dolore di suo figlio è il suo, vorrebbe fare qualsiasi cosa per farlo smettere di soffrire, se solo potesse lo farebbe, ma non c’è nulla che lui possa dire o fare per togliere quel peso dal cuore di Dean.
Dean rimane qualche altro istante abbracciato a lui, in cerca di conforto, in cerca di amore, in cerca di aiuto. Poi si ricompone, si asciuga il viso con la manica della maglia e fa un respiro profondo. Alza la testa, orgoglioso e fiero come è sempre stato, e lo guarda con quegli occhi troppo duri per un giovane uomo come lui.
-Cosa è successo?- chiede. John sospira.
-Mi hanno tirato fuori- dice piano. –Non so nemmeno chi sia stato a farlo, anche se ho una vaga idea… niente di cui tu debba preoccuparti al momento-
Il volto di suo figlio riflette tutte le domande che affollano la sua testa, ma Dean tace e annuisce, come ha sempre fatto.
-Devi trovare Sam- dice John, piano, sapendo quale dolore quelle parole siano in grado di alimentare. Ma deve dirlo, deve farlo, è l’unica soluzione.
-Non so dove sia. Ha fatto perdere le sue tracce, non riesco a rintracciare il suo telefono, non riesco a scoprire se abbia affittato una stanza in un cazzo di motel, non riesco a trovare niente di niente!-
-Dean, calmati- lo interrompe John con voce ferma. –Lo cercherò anch’io. Metteremo questa terra sotto sopra, se necessario, ma ti giuro che lo troveremo-
-Ma-
-Niente “ma”. Ti ho detto che lo troveremo e lo faremo- John gli poggia dolcemente una mano sulla spalla. –Tornerò presto, te lo prometto-
Dean sta per ribattere, sicuramente con un gigantesco NO, ma John lo ferma con un solo gesto della testa.
-Continua a cercarlo, Dean- dice. –Continua e non smettere mai. Io tornerò, te lo giuro su quanto ho di più caro-
-Ma papà-
-Conosco qualcuno che potrebbe aiutarmi, ma potrebbe volerci tempo-
-Bene, vengo con te-
La determinazione sul volto di Dean è forte e per un momento John si lascia sopraffare dall’orgoglio che prova per suo figlio. Ha la determinazione di sua madre, la stessa identica voglia di non lasciar perdere.
Ha la sua testardaggine, la testa dura più di quella di un mulo. Ha la passione di Mary, lo stesso fuoco che bruciava dentro di lei adesso si riflette nei suoi occhi verdi.
-No- dice, quasi a malincuore. –Non verrai con me, Dean. Devi restare e andare avanti per la tua strada. Ti basterà chiamarmi quando avrai bisogno, io sentirò-
Dean sta per ribattere con un altro “ma” quando John sparisce, all’improvviso.
Si guarda intorno: il portico è vuoto, di lui non c’è traccia. È scomparso nel nulla in meno di un battito di ciglia, lo ha mollato lì, da solo.
-Papà!- urla, urla più forte che può, urla fino a non aver più aria nei polmoni ma è tutto inutile, John non sta ritornando da lui.
Pensare che fosse stata solo un’allucinazione è quasi semplice, è l’idea più sensata, se non fosse per il fatto che ha sentito il corpo di suo padre, solido, reale. Lo ha abbracciato, dannazione, John era con lui.
Forse sta impazzendo. Forse sta semplicemente impazzendo.

#
Non c’è traccia di Sam. Da nessuna parte.
Dean è sempre più silenzioso e più cupo, i suoi occhi hanno perso il loro colore e sono opachi, spenti. Le sue labbra sono strette in una linea sottile e dura che non si distende mai. Il suo intero volto è come trasfigurato, così diverso dal Dean di prima.
Castiel non sa come comportarsi. Non sa se parlargli o meno, non sa cosa dirgli, non riesce quasi più a guardarlo: vederlo in quello stato è troppo anche per lui.
Dopo quella notte tutto sembra essere ancora più insostenibile. Dean non lo guarda, nemmeno per sbaglio incrocia il suo sguardo, e non gli parla, non una sola, singola parola.
Castiel sente il suo dolore. Il dolore per essersi lasciato andare, per essersi quasi sfogato con qualcuno che non c’entrava niente; il dolore di aver riversato tutta la disperazione e il bisogno di Sam su di lui, il dolore per avergli fatto una cosa del genere. Il dolore per aver tradito Sam.
Dean ha paura anche solo di guardarlo e Castiel sente che si è fratturato qualcosa, che quell’affetto che legava Dean a lui sta forse venendo meno e non vuole, dannazione, non vuole che Dean lo tagli fuori così. Non vuole, non pretende che Dean lo ami, lui deve capirlo. Non vuole che Dean faccia come se fosse invisibile, non vuole che lo eviti.
Vuole solo che sappia che lui non se ne andrà. Che capisca che starà sempre al suo fianco, fino alla fine.
Gli resta vicino, in silenzio, sperando che Dean capisca, sperando che gli parli.
-Ho visto mio padre-
Quella frase buttata lì quasi per caso dopo giorni e giorni di silenzio fa sussultare Castiel.
John Winchester è morto. John Winchester è all’Inferno.
-Ma Dean, è-
-Impossibile, uh? Lo pensavo anche io- una smorfia gli si dipinge sul volto scuro. –Era lui, Cass. Ne sono sicuro-
-Come?-
-Ha… ha detto qualcosa che solo lui poteva sapere. Qualcosa che nessuno, oltre me, Sam e lui, potrebbe sapere-
La voce di Dean si spezza e lui rimane in silenzio, bevendo l’ennesimo bicchiere di alcohol. Castiel gli si avvicina, si inginocchia davanti a lui e cerca il suo sguardo.
-Dean, avrebbe potuto essere-
-Una trappola. Lucifero. Un demone, qualsiasi cosa, lo so- Dean alza la testa e finalmente lo guarda. –Ma era lui. Qualcuno lo ha tirato fuori dall’Inferno e adesso è tornato-
-Sei stato l’unica eccezione per secoli, millenni- dice Castiel piano. –Perché avrebbero dovuto riportarlo indietro?-
-Per lo stesso motivo per cui hanno portato indietro me, magari!- Dean urla e scatta in piedi, nervoso e disperato. Comincia a camminare avanti e indietro per la camera, Castiel in silenzio in un angolo.
-Vuole che trovi Sam. Vuole che lo faccia tornare-
Dean sussurra quasi avesse paura di pronunciare quelle parole. Quando alza il viso e lo guarda Castiel vede di nuovo il fuoco nei suoi occhi, vede la determinazione che tanto ammira, vede quella scintilla di forza e speranza che non si è mai spenta completamente.
Castiel ricambia lo sguardo, immobile.
Dean è sicuro che quello fosse suo padre, Dean non sbaglia quasi mai. Dean ha un istinto infallibile e se crede che quello fosse davvero John Winchester allora lo era.
E se Dean, forte delle parole del padre, ha deciso di continuare a lottare fino alla fine lui non lo abbandonerà.
-Lo troveremo-

#
-Vieni, Sam, facciamo una passeggiata-
Lucifero lo tira dolcemente per un braccio e Sam lo segue senza protestare. Non sa esattamente da quanto tempo è con lui, giorni forse, magari settimane. Non saprebbe dirlo con certezza.
L’unica cosa che sa è che stare lì gli piace. C’è calma, la quiete che ha desiderato per tutta la vita. Quando si alza il cinguettio degli uccellini accoglie il suo risveglio, quando passeggia per il giardino l’intera natura sembra cantare e gioire, quando parla con Lucifero il mondo acquista un gusto diverso, più dolce.
Dean gli manca. Dean gli manca maledettamente tanto ma, lentamente, Sam si è abituato a quel qualcosa che non è più nel suo petto, a quel qualcosa che non lo opprime né rende felice, non più. Perché la sua relazione con Dean è così. Il solo pensiero di suo fratello lo ha sempre reso felice, gli ha sempre fatto battere il cuore a mille; il solo pensiero di ciò che sono, insieme, è come un macigno sul petto che lo opprime e gli impedisce di respirare. Sentirsi sbagliato, sentirsi sporco dentro, sapere che il mondo intero li condannerebbe in un battito di ciglia… a volte è troppo da sopportare, a volte è troppo pesante, troppo doloroso, semplicemente troppo.
La lontananza da Dean gli ha permesso di riscoprire sé stesso. Gli ha permesso di guardarsi dentro, di pensare, di trovare il suo spazio, di capire Sam… ed è bello.
-Oggi voglio mostrarti una cosa- dice Lucifero distraendolo dal filo dei suoi pensieri. Sam annuisce, curioso.
-Vieni con me- l’Angelo Caduto gli poggia delicatamente la mano sul braccio e quando si volta Sam scopre di non essere più nel giardino.
-Dove siamo?- chiede guardandosi intorno. È una città completamente devastata. Le vetrine dei negozi sono in pezzi, ogni porta è stata scassinata, c’è del vetro per terra; macchine rotte con gli allarmi che suonano all’impazzata, persino del fumo da qualche parte.
Lucifero sospira, grave.
-È solo una città come tante, Sam- dice piano guidandolo attraverso macerie e distruzione. –È una città in cui la polizia non riesce a controllare la criminalità, è una città in cui gli uomini malvagi sono nettamente maggiori rispetto agli uomini buoni. È una città straziata dal dolore, dal furto, dall’omicidio-
Sam spalanca gli occhi, incredulo. Non ha mai visto niente del genere.
–Ma non può essere, insomma…-
-I tuoi occhi possono vederlo benissimo, Sam- continua Lucifero. –È reale. La sofferenza, il dolore… è tutto reale-
-Perché mi hai portato qui?- chiede allora Sam, orripilato e devastato al tempo stesso. Lucifero stringe un po’ la presa sul suo braccio e il suo volto si distende in un sorriso triste.
-Perché voglio che tu sappia-
Sam si guarda intorno ed è in un altro posto ancora. La strada piena di macerie e distruzione è sparita lasciando spazio a una piccola stanza poco illuminata. Una persona è sdraiata sul letto sotto la finestra mentre un’altra è china al suo fianco, il dolore visibile sul suo volto.
-Suo figlio è stato colpito da una malattia fulminante- spiega l’Angelo. –Ha solamente dieci anni…-
Sam guarda il volto del bambino steso sul letto, pallido quasi come un cadavere. Guarda il volto della donna rigato di lacrime e dolore, sente quel dolore opprimerlo.
-Andiamo- mormora Lucifero notando la sua espressione sconvolta.
Sam chiude gli occhi e quando li riapre si ritrova di nuovo in strada. Ci sono delle persone, un uomo che corre e un altro che, alle sue spalle, gli punta contro una pistola. Sam fa per muoversi ma prima che possa compiere anche solo un passo il rumore dello sparo gli riempie le orecchie. L’uomo cade per terra con un grido, l’asfalto si macchia del rosso del suo sangue.
-Dio… avrei dovuto…-
Lucifero gli cinge le spalle. –Non avresti potuto fare niente, Sam. Siamo solo spettatori in questo luogo di malvagità e dolore, non c’è niente che possiamo fare-
Sam sente gli occhi bruciare, per la rabbia e per la paura.
-Portami via- quasi ringhia e Lucifero esegue. Lo riporta in quel giardino che esclude il mondo intero, lo riporta in quella piccola oasi in cui male e dolore non esistono.
-Perché?- chiede allora Sam. Lucifero sospira pesantemente prima di guardarlo negli occhi e rispondere.
-Perché? Perché Dio non impedisce tutto questo, Sam? Il male, il dolore, la sofferenza… perché? Perché permette che i suoi figli soffrano in questo modo?-
-Perché mi hai portato lì?-
-Perché voglio che tu rifletta, Sam- risponde piano Lucifero, una luce triste negli occhi chiari. –Perché voglio che tu ti ponga delle domande, così come faccio io. Perché voglio che tu mi dica se un Padre amorevole e compassionevole dovrebbe permettere tutto questo-
Sam scuote piano la testa, le scene cui ha assistito poco prima che continuano a manifestarsi, nitide, nella sua testa.
-Dov’è Dio, Sam? Dove? Perché permette che tutto ciò accada? Perché non scende sulla Terra per salvare i suoi figli?-
Sam non lo sa. Non sa perché Dio li abbia abbandonati, non riesce a capirlo. Fin da sempre l’uomo si è macchiato di barbarie e atrocità… dov’era Dio?
Certo, ha lasciato all’uomo il libero arbitrio, bella scusa per giustificare tutto. Ma che senso ha il libero arbitrio quando tutto va a puttane? Che senso ha il libero arbitrio quando l’uomo fa del male ai suoi simili, quando uccide, violenta, rapina, ferisce?
Dov’è Dio? Perché non è pronto ad alleviare le sofferenze dei suoi figli quando ne hanno bisogno, come un padre deve fare? Perché non premia i giusti e punisce i malvagi, come invece dovrebbe fare?
L’umanità non avrà mai pace, l’uomo non sarà mai giusto, se non ci sarà qualcuno a guidarli.
-È per questo che sono tornato, Sam- dice Lucifero, piano. –Perché l’uomo non debba più soffrire così, perché possa esserci qualcuno a mostrare la retta via. E ho bisogno di te, necessito del tuo aiuto per farlo-
-Come mai potrei aiutarti, io?- chiede Sam, non riuscendo a capire. –Io sono solo un uomo, io non ho nulla di speciale-
Lucifero sorride dolcemente. –Tu sei l’uomo più forte che ci sia su questa Terra, Sam. Tu sei l’uomo più giusto, sei l’unico degno di stare al mio fianco-
-Io non sono giusto, non sono giusto per niente. Ho commesso tanti sbagli nella mia vita. Ho combattuto e ucciso, ho fatto del male, non sono un santo-
-Non ho bisogno di santi, Sam- Lucifero lo guarda negli occhi sempre con un sorriso sulle labbra. –Questa è la tua redenzione. Potrai fare ammenda dei tuoi peccati, potrai ricominciare daccapo. È una nuova occasione, una nuova vita. Accettala, Sam. Accettala e aiutami a riportare questo mondo sulla retta via-
Sam lo guarda senza dire niente.
Redenzione. Redimersi dai propri peccati, avere l’opportunità di ricominciare da zero, essere una persona diversa. L’unica cosa che potrebbe farlo stare bene, l’unica che abbia mai desiderato. Solo non avrebbe mai pensato che sarebbe stato Lucifero ad offrirgliela.
-Sii il mio Principe, il mio dolce principe dagli occhi tristi-
-Veramente era la principessa, che aveva gli occhi tristi (Soraya, ndA)- ride Sam, cercando di alleggerire la tensione di quel momento particolarmente importante. Lucifero sorride, divertito.
-Sì, ma non è niente se paragonata a te-
Sam sorride, sorride sinceramente, sorride con gli occhi e con il cuore. Gli occhi dell’Angelo riescono da soli ad alleggerire il peso sul suo petto, le sue parole lo cullano e lo fanno sentire importante, le sue mani lo tengono al sicuro. Forse, finalmente, ha trovato qualcuno capace di apprezzarlo fino in fondo, senza giudicarlo, senza condannarlo.
E allora perché lasciarlo?

#
Il cielo è grigio, denso di nuvole. La pioggia cade fitta, le gocce si infrangono sonoramente sul terreno mentre i tuoni rombano, potenti.
Dean guarda fuori dalla finestra della camera in affitto, guarda il cielo grigio ormai da tempo senza stancarsi. Tutto quello lo rilassa. C’è gente che odia la pioggia, il cielo cupo, gente a cui questo tempo fa venire l’angoscia, ma non lui. Gli basta guardare le nuvole scure per sentirsi in un certo qual modo sollevato, gli basta sentire il rumore forte della pioggia per sentirsi bene, tranquillo.
-Se… se dovessimo farcela- la voce di Castiel giunge bassa alle sue orecchie. –Se dovessimo arrivare vivi alla fine di tutto, se dovessimo vincere… cosa faresti?-
Dean alza le spalle, gli occhi sempre al cielo. –Non lo so. Credo… credo che mi prenderei una pausa, del tempo per me senza più demoni o altro-
Un sorriso triste gli increspa le labbra carnose mentre l’Angelo si siede vicino a lui, teso.
-Non saresti tu. Non saresti Dean Winchester, non avresti pace, non riusciresti a vivere così. Non puoi scappare da ciò che sei, Dean. E se anche proverai, ti ritroverai a venir cacciato dal tuo vero io, da predatore a preda- dice Castiel, piano. Dean potrebbe prenderla male, soprattutto dato il suo carattere in quell’ultimo periodo, ma lui non può semplicemente chiudersi la bocca. Non può tacere, non vuole più farlo. Ha lasciato a Dean il tempo necessario per riprendersi, lo ha lasciato in pace, non lo ha mai forzato da quando Sam li ha lasciati.
Non può più sopportare le giornate passate nel più denso e pesante silenzio, non ce la fa. Ha bisogno di Dean, ha bisogno del vecchio Dean. Del Dean che faceva una battuta dopo l’altra, che non riusciva a rimanere serio nemmeno quando la situazione lo richiedeva, del Dean che affrontava ogni cosa con un ghigno sulle labbra. Quel Dean.
-Tu stai delirando-
Il tono non è proprio come quello di un tempo, gli occhi non brillano e il ghigno non è esteso sul viso, però… però è già qualcosa. Castiel nasconde un piccolo, piccolissimo sorriso e lo guarda.
-Non sto delirando, idiota- dice piano. Dean si volta un istante a guardarlo.
-Certo, e io sono Babbo Natale-. Scuote la testa e torna a guardare il cielo grigio e cupo.
-Dean, dico sul serio-
-E che mi dici di te, invece?- Dean cambia velocemente il soggetto della discussione. Non vuole pensare a cosa succederà in futuro, non sa nemmeno se ce l’ha un futuro. Non vuole dover pensare a come vivrà la sua vita, non vuole dover pensare al fatto che, probabilmente, la vivrà da solo.
-Se dovessimo farcela tornerai dai tuoi amichetti o cosa?-
Adesso è Castiel a rivolgere gli occhi al cielo. Il suo sguardo sembra triste, vagamente disperato e decisamente smarrito.
-No- soffia. –Non potrò mai tornare-
-Andiamo, la voglia di farti fuori gli passerà prima o poi- dice Dean con tono leggero. Mentre guarda l’Angelo, però, tanta leggerezza diventa fuori luogo. Castiel è smarrito, Castiel non tornerà con gli altri Angeli. Lui che ha sempre vissuto in Paradiso, lui che non ha conosciuto altra vita che quella… cosa farà?
-Penso che dovrò trovarmi un lavoro come ogni altra persona- dice Cass con un sorriso sarcastico. –Sempre che riusciamo a farcela, s’intende-
-Cass…-
-Ce la farò- lo interrompe Castiel voltandosi brevemente a guardarlo. –Ho passato tanto di quel tempo a guardare gli umani che credo di aver capito come sono fatti. Riuscirò a integrarmi-
Dean non ha parole. Se fosse lui, al posto di Castiel, a dover perdere tutto il suo mondo non sa cosa potrebbe fare. Non sa se riuscirebbe a farcela, a cambiare così radicalmente la sua vita. Ma Castiel non può farlo, è impossibile, davvero.
-Sei un Angelo, devi tornare lassù- dice piano. Castiel continua a guardare fuori e non risponde, e quel silenzio è più pesante di qualsiasi parola. Dean avverte come un peso sul petto, come qualcosa che gli impedisce momentaneamente di respirare e non sa nemmeno perché.
-Cass, sei un Angelo- ripete, cercando il suo sguardo. Ma Castiel non si volta, non risponde, non si muove di un millimetro. Dean lo prende forte per le spalle, lo costringe a guardarlo. Si specchia nel blu dei suoi occhi e attende una risposta che sembra non arrivare mai.
-Cass-
-Sono per metà umano, Dean-
Il sussurro dell’Angelo arriva forte come urla alle sue orecchie e Dean resta immobile per un attimo. Tutto quello non ha senso, nessun dannatissimo senso, è impossibile.
Castiel sorride tristemente. –Ho tradito, ho tradito i miei Fratelli, ho tradito mio Padre. Ho preferito rimanere su questa terra a combattere questa guerra piuttosto che rimanere a guardare da lontano. Sono cambiato-
Gli occhi di Dean sono sbarrati. Pieni di incertezza, paura, incredulità.
-Sto perdendo la Grazia, Dean- sussurra Castiel guardandolo dritto negli occhi. –Sto perdendo i miei poteri. Sto guadagnando in cambio i sentimenti, ogni sentimento di voi umani, ogni vostro bisogno, ogni cosa-
-Ma se ti strappassero via la Grazia dovresti reincarnarti, come Anna. Dovresti ricominciare da zero senza ricordare, dovresti-
-Dean, io sto perdendo la Grazia- dice l’Angelo con una smorfia triste. –Non è com’è stato per Anna, non c’è nessuno che me la stia strappando via. La sto semplicemente perdendo, mi sto umanizzando-
Dean abbassa le braccia, gli occhi ancora spalancati. È impossibile, una cosa del genere non può succedere. Gli Angeli non diventano umani come se cambiassero semplicemente pelle, non-
-È okay, davvero- Castiel torna a guardare la pioggia. –Va bene così-
-Ma come-
-All’inizio non capivo- l’Angelo sorride, gli occhi rivolti a giorni ormai passati. –Non capivo cosa mi stava succedendo, era strano. Sentivo delle cose che non riuscivo a spiegare, mi sentivo diverso, ero confuso. Non capivo quella stretta allo stomaco, non capivo il calore, o il dolore. Mi ci è voluto tempo per realizzare, e anche l’aiuto di qualcuno-
-Il Trickster…- mormora Dean, ripensando al giorno in cui ha trovato Cass sul ciglio della strada. Ripensando alle sue parole, a quel suo “mi ha aperto gli occhi”. Aveva pensato che fossero frasi sconnesse, che Cass fosse stanco o chissà che altro.
-Cosa ti ha fatto?- chiede serrando i pugni.
-Mi ha fatto vivere tante brutte giornate in cui mi trovavo a dover affrontare tutte quelle nuove sensazioni- risponde l’Angelo a bassa voce. –Mi ha aperto gli occhi ed è grazie a lui che ho capito cosa stava succedendo-
-Cass, giuro che-
-Non capisci, Dean?- Castiel sorride. –Non mi ha fatto del male. Mi ha aiutato-
-Cosa hai visto?-
-Non hai bisogno di saperlo-
-Cass, cosa hai visto?- chiede nuovamente Dean. Non ha intenzione di lasciar correre, non ha più intenzione di passarci sopra. Vuole sapere, vuole dannatamente sapere cosa quel bastardo abbia fatto a Castiel ed eventualmente cercarlo, ammazzarlo con le proprie mani.
-Ho solo dovuto fronteggiare le emozioni, Dean. Non voglio parlarne, per favore, non chiedermelo-
La voce di Castiel è ancora più bassa di prima. I suoi occhi esprimono più emozioni di quanto qualsiasi parola potrebbe fare: sono tristi, e stanchi, e preoccupati. Sono spauriti, guardano il cielo lontano come se stessero guardando il futuro, un futuro incerto e sconosciuto.
-Cass-
-Non c’è bisogno che tu dica niente- lo interrompe sottovoce. –So che la cosa è sconvolgente persino per te, capisco come ti senti. Non hai bisogno di dimostrarmi nulla-
Dean non capisce. Non capisce come possa essere Castiel, quello che ha perso tutto, a consolare lui. Non capisce come sia possibile che proprio Castiel, smarrito e sofferente, possa alleviare la sua sofferenza. È…
È quello che Cass ha sempre fatto, in ogni momento. È sempre stato lì per lui, soprattutto nell’ultimo periodo, pronto ad ascoltarlo. Pronto a prendersi brutte parole, pronto a farsi carico del suo dolore, pronto a sopportare i suoi dannatissimi sfoghi.
Castiel si ritrova all’improvviso stretto in un abbraccio caldo. Le braccia di Dean lo avvolgono completamente, le mani gli stringono forte la maglia sulla schiena, la guancia è contro la sua, e il calore, calore di Dean, calore di un abbraccio, calore di qualsiasi cosa possa portargli anche una sola briciola di conforto.
-Non ti lascerò solo, Cass-
Poche parole sussurrate, poche e semplici parole capaci di riscaldargli il cuore e illuminare quella giornata buia. Dean, l’affetto che Dean prova per lui, Dean che lo stringe forte, Dean che non lo lascerà mai.
Castiel scioglie piano l’abbraccio, lo guarda. Gli poggia un piccolo, innocente e casto bacio sulle labbra prima di alzarsi mormorando un “Grazie” appena udibile e uscire dalla camera.
Dean lo ama, a modo suo, e tanto basta.

L’Impala attraversa correndo un’altra linea di confine, le ruote veloci sull’asfalto, il motore che romba potente mentre attraversa l’ennesima autostrada.
Ci sono voluti giorni e giorni prima di riuscire a trovare un indizio, un indizio decente che potesse portarli a Sam. Giorni di estenuante ricerca, giorni di tensione, giorni di paura. Giorni in cui, lentamente, le battute sono ricominciate; giorni in cui è scappato anche un sorriso. Giorni di pensieri tristi, giorni pieni di dannati “E se…?”, giorni su giorni che si susseguivano lenti, troppo lenti.
Ma adesso è diverso. Adesso Dean spinge il piede sull’acceleratore con una nuova luce negli occhi, accende la radio con una nuova speranza.
-Babilonia… cazzo, avrei dovuto pensarci prima- dice Dean scuotendo la testa. –Era così semplice, così scontato! E non ci ho pensato nemmeno per un secondo, sono stato un completo idiota-
-Come potevamo sapere che Lucifero sarebbe andato a Babilonia, Dean? Sarebbe potuto andare ovunque, aveva un mondo intero a disposizione-
-Ma era ovvio che andasse lì- continua Dean, abbassando il volume della musica. –Se avessi pensato alla Bibbia e all’Apocalisse l’avrei capito. Se…-
Se ci fosse stato Sam lo avrebbe capito.
-Ma non potevamo saperlo- Castiel riempie quel silenzio. –Non che adesso possiamo esserne sicuri… tutto quello che abbiamo sono piccoli indizi, Dean, non è detto che a Babilonia troviamo ciò che cerchiamo-
-No, ma è il posto più probabile in cui trovare quel figlio di puttana- Dean serra i pugni sullo sterzo, gli occhi fissi sulla strada di fronte a sé.
Babilonia la grande, la grande puttana. La città della corruzione, il posto in cui ogni demone vorrebbe stare, il luogo in cui il peccato regna sovrano. Era così semplice, tutto così semplice! L’unico luogo che Lucifero avrebbe cercato, l’unico posto in cui avrebbe cercato di stabilire il suo “impero” non avrebbe potuto essere altro che quello.
E Babilonia, New York, è l’esatto posto in cui potrà trovare quel maledetto figlio di puttana.

Quando l’Impala si accosta a un marciapiede qualsiasi di quella città entrambi possono notare che c’è chiaramente qualcosa che non va, in quel luogo.
Le strade portano i sintomi della distruzione, la gente che le percorre è semi-nuda e va in giro come se si stesse preparando a una grande orgia. Gente che scopa dentro alle macchine in pieno giorno, gente che urla, gente che ride sguaiatamente, gente che balla contro i pali della luce.
Il fracasso innaturale, la luce del sole che picchia forte, negozi che bruciano, fumo nero ovunque, ogni cosa in quella città non è al suo posto.
-Credo tu avessi ragione- mormora Castiel guardandosi intorno con occhi spalancati. –Questo posto è l’Inferno in terra-
Dean annuisce, la mascella serrata e la gola secca.
-Non possiamo girare a piedi, è troppo rischioso- continua l’Angelo, piano. –Ci saranno demoni ovunque, sono pronto a scommetterci-
-Non prendere brutti vizi, Cass- il tentativo di Dean di sminuire la tensione è flebile. –Auto, quindi?-
Castiel annuisce, gli occhi sempre fissi sulla strada. –Ci troveranno comunque, ma forse avremo un po’ di tempo in più-
Dean apre la borsa che ha lasciato sul sedile posteriore, prende un paio di pistole e un paio di coltelli, torna al suo posto. Porge una pistola a Castiel che lo guarda, come stralunato.
-Dovrai essere in grado di difenderti- dice Dean. –Se qualcuno dovesse avvicinarsi dovrai sparare. A sangue freddo-
-Non ho intenzione di uccidere-
-Se vuoi sopravvivere dovrai farlo- lo interrompe bruscamente Dean. –La tua vita o la loro, non hai scelta-
Castiel guarda la pistola che ha tra le mani, la guarda a lungo anche quando Dean rimette in moto e parte. Lui non vuole uccidere, non vuole farlo. È sbagliato, è peccato.
Ma… ma se dovesse trovarsi in pericolo, ora che ha perso parte dei suoi poteri, cos’altro potrebbe fare? Dean non potrà coprirlo per sempre, Dean non può permettersi di pensare a lui quando la sua stessa vita potrebbe essere in pericolo. Castiel sospira pesantemente.
-Non te l’avrei mai data se avessi pensato di avere alternativa- dice piano Dean. –Mi dispiace, Cass-
L’Angelo annuisce senza dire una parola e stringe più forte quel pezzo di metallo tra le mani.
-Ora dobbiamo solo trovare il bastardo- Dean picchietta le dita sul manubrio, nervoso. –Non ho idea di dove cazzo possa essere-
-Io credo che sarà lui a trovare noi, Dean- sospira Castiel.
Non hanno possibilità di cogliere Lucifero impreparato, nemmeno una. Di sicuro saprà già del loro arrivo in città, di sicuro starà già organizzando il loro prossimo incontro, starà preparando un’accoglienza coi fiocchi. Castiel sospira, di nuovo, in preda a… ansia, crede. Sì, quel qualcosa che gli stringe lo stomaco fino a farlo star male deve essere ansia.
L’Impala va dritta per la sua strada senza intoppi, senza incontri di nessun tipo. Più si addentrano in città meno persone in giro ci sono, è come se… come se si stessero avvicinando a qualcosa. Il punto di non ritorno, forse l’ultimo luogo che vedranno in vita loro.
-È troppo tranquillo, qui- biascica Dean guardandosi intorno. –Ha tutta l’aria di essere una trappola-
-Lucifero non agirebbe in modo così rozzo, Dean- ribatte Castiel. –Non tenderebbe mai una banale e stupida trappola-
-E cosa farebbe, allora?-
-Sono sicuro che ci stia aspettando- mormora l’Angelo con il cuore che batte forte nella sua gola.
Poi la vedono. Una grande altura, proprio davanti a loro, su cui è situata una villa immensa e attorniata dal verde di alberi e siepi. A separarli dall’abitazione c’è una grande distesa di terra arida e secca che si estende per qualche miglio.
-Chissà come mai ricorda tanto la Death Valley- ironizza Dean fermando l’auto.
Eccolo, il punto di non ritorno. Basta aprire lo sportello per varcare la soglia, basta mettere fuori un piede per non poter più tornare indietro. Un solo, misero passo e bum!, probabilmente non avranno più un futuro.
Dean sospira pesantemente. Inspira forte, espira con la stessa forza. Cerca di regolarizzare il battito di quel cuore impazzito, cerca di tenere tutto sotto controllo ma fallisce miseramente.
Il pensiero di Sam torna a impossessarsi della sua mente. I suoi occhi, il suo sorriso. E per un istante la speranza torna a bruciare nel suo cuore, flebile ma viva, per venire spazzata via dal ricordo di tutte le bugie, dei tradimenti, del dolore.
-Sicuro?- chiede Castiel a voce bassa. Dean annuisce con decisione, gli occhi fissi sul panorama arido di fronte a lui.
-E sia- mormora Castiel facendo scattare la leva che apre lo sportello.
-Cass- una mano di Dean sulla sua spalla lo trattiene. –Qualunque cosa accada… l’affronteremo insieme. Fino alla fine-
Castiel tenta una vaga imitazione di sorriso che fallisce sotto il peso di tutto ciò che stanno per affrontare.
-Fino alla fine- mormora aprendo lo sportello e saltando giù.

#
-C’è qualcosa che dovresti vedere-
La voce di Lucifero è carezzevole come sempre, il suo tono vagamente dispiaciuto.
-Cosa?- chiede Sam alzandosi in piedi, pronto a seguirlo. Lucifero lo guarda con occhi indecifrabili e lo prende per mano, guidandolo attraverso il giardino fino ad arrivare in una parte nascosta da alberi e siepi che Sam non aveva mai notato.
-Là, oltre la valle…-
Lucifero punta un dito perfetto e Sam ne segue la direzione.
Una valle arida e morta nasce ai piedi della collina sulla quale è situata la villa, una valle che Sam non aveva mai notato. La terra è scura e secca, come se fosse stata bruciata o chissà che altro, e non un alito di vita l’alberga.
È allora che Sam lo vede.
Un puntolino piccolo al margine della valle, i contorni solo vagamente riconoscibili. Quella solita giacca di pelle, quella che un tempo era appartenuta al padre. I soliti jeans, probabilmente la solita t-shirt.
La sua bambina, proprio dietro di lui, che riposa tranquilla e in silenzio mentre il motore prende aria e si raffredda dopo un lungo viaggio.
-Dean…-
Lucifero annuisce, grave.
Un altro puntolino, un impermeabile chiaro. Un viso con la solita espressione stralunata di sempre, le mani che stringono qualcosa che lui non può distinguere.
-Castiel-
Di nuovo, Lucifero annuisce. –Immagino tu sappia che non sono qui per prendere il tea-
Sam guarda l’Angelo Caduto e poi di nuovo suo fratello, lontano.
-No, Dean… sono sicuro che Dean sta solo cercando me, forse-
-Ci uccideranno, Sam- dice l’Angelo con voce bassa e roca. –Sono qui per ucciderci, vogliono fermarmi e vogliono fermare anche te-
-No, non è-
Sam sente le parole morirgli in gola quando riesce a distinguere le armi che i due portano tra le mani. Non può essere vero, Dean non lo farebbe mai. Dean è suo fratello, Dean lo ama, dannazione, non potrebbe mai fargli questo.
-Dobbiamo andarcene, Sam-
La voce di Lucifero è triste, forse anche un po’ spaventata, ma Sam non ci fa caso. Guarda ancora una volta suo fratello mentre questi si avvia verso la valle, lo guarda e alza la testa mentre una sola, piccola goccia argentata gli riga il viso.
-No- dice con voce ferma. –Noi resteremo. Parlerò con lui e se non vorrà ascoltare…-
-Aprirà il fuoco, Sam- cerca di dissuaderlo Lucifero. –Aprirà il fuoco e ci punterà addosso ogni arma in suo possesso, scaglierà ogni possibile incantesimo, farà ogni esorcismo che sarà in grado di fare-
-Io non me ne vado- lo interrompe Sam, cocciuto. –Lo affronterò. E se vorrà uccidermi… capirò che non mi ama davvero-
-E la tua vita vale una scoperta? Sam, per favore, dammi retta-
Lucifero stringe forte la sua mano, lo supplica di andare. Ma lui non ha intenzione di andare da nessuna parte. Lui vuole andare solo incontro a Dean, vuole parlargli, vuole spiegargli, e se Dean dovesse rifiutarsi di ascoltare le sue ragioni come ha sempre fatto… si scontreranno, non c’è altro modo. Moriranno uno per mano dell’altro, come è giusto che sia. Nessuno a mettersi in mezzo, solo loro due. Così come all’inizio, così anche alla fine.




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